IPERTROFIA PROSTATICA: CON IL LASER AL TULLIO L’INTERVENTO È PIÚ SOFT E SICURO

IPERTROFIA PROSTATICA: CON IL LASER AL TULLIO L’INTERVENTO È PIÚ SOFT E SICURO

20 luglio 2015

Ipertrofia prostatica benigna. Cosa è:

L’ipertrofia prostatica benigna è un disturbo che determina l’aumento di volume della prostata, una ghiandola che fa parte dell’apparato riproduttivo maschile e che circonda l’uretra, ossia il canale che conduce alla vescica. La funzione principale della ghiandola prostatica è di produrre ed emettere il liquido seminale, uno dei costituenti dello sperma, che contiene gli elementi necessari a nutrire e trasportare gli spermatozoi.

 

Chi ne soffre:

L’incidenza dell’ipertrofia prostatica è altissima, soprattutto nelle persone anziane e molto anziane. Basti pensare che l’80% degli uomini di età superiore agli ottant’anni ne è colpito.

 

I sintomi:

L’ipertrofia prostatica si manifesta quasi sempre con il frequente bisogno di andare in bagno a fare pipì, che comporta inevitabilmente risvegli, nella notte o la mattina presto. Chi ne soffre fa fatica nel cominciare a urinare; il getto si fa inoltre discontinuo e meno voluminoso.

 

Le cause:

Purtroppo le cause che determinano l’ipertrofia prostatica non sono del tutto chiare; sembrerebbero legate, primariamente, a una fisiologica alterazione degli equilibri ormonali che si verifica una volta superata una certa età. Più precisamente s’ipotizza un mutamento nel rapporto fra estrogeni e testosterone, in grado di condurre all’aumento del volume della prostata.

 

Gli esami a cui sottoporsi:

Gli esami specifici per individuare l’ipertrofia prostatica sono l’uroflussometria, pratica indolore e non invasiva che misura il getto dell’urina; l’ecografia addominale, che monitora lo stato di vescica, prostata e reni; e infine la rilevazione del PSA, valore che si individua attraverso un esame del sangue, e che è importante anche perché in grado di formulare una diagnosi differenziale e scongiurare la presenza di un eventuale tumore.

 

Come curarsi: i farmaci

Nei casi più lievi di ipertrofia prostatica si prescrivono integratori quali il Saw Palmetto o Serenoa Rapens, prodotto estratto dal frutto di una palma americana che può aiutare quando i sintomi sono ancora lievi. La cura farmacologica prevede invece la somministrazione di alfalitici, che favoriscono il rilascio di prostata e uretra, e quella dei cinque alfa reduttasi, enzima che interviene invece sugli equilibri ormonali portando alla riduzione delle dimensioni della prostata.

 

Le ultime frontiere della chirurgia: la tecnica TULEP

Una tecnica innovativa, che comporta una maggiore sicurezza per i pazienti e una degenza più soft, si sta affermando come valida alternativa a quella denominata TURP (resezione transuretrale della prostata), utilizzata ormai da tempo per la cura chirurgica dell’ipertrofia prostatica. Si tratta della tecnica TULEP, che sfrutta il laser al tullio e che si effettua in anestesia spinale o generale. Per via uretrale il chirurgo inserisce uno strumento (resettoscopio) attraverso cui si inserisce una sonda laser. Il laser, particolarmente adatto al trattamento dei tessuti molli, asporta la porzione di prostata aumentata; il raggio laser viene fortemente assorbito da tutti i tessuti, evitando che si propaghi in zone che non devono essere interessate dal trattamento. La porzione di prostata trattata viene quindi ridotta in frammenti più piccoli, che vengono infine aspirati dal resettoscopio. Al termine dell'intervento è applicato un catetere vescicole trans-uretrale.
La durata della procedura varia da 40 a 120 minuti, a seconda della grandezza della prostata. In seguito all’intervento si ottiene un aumento della forza del getto urinario, e la riduzione del residuo di urina che resta nella vescica dopo avere fatto pipì. Il paziente urinerà dunque meno frequentemente e il getto risulterà più potente; si ridurrà o annullerà la necessità di fare pipì di notte, così come il numero degli episodi di infezioni alle vie urinarie. Ma c’è di più: con la tecnica TULEP si ha una riduzione del sanguinamento, che permette di eseguire tale procedura anche nei pazienti con problemi di coagulazione; inoltre diminuisce il periodo in cui, dopo l’intervento, è necessario tenere il catetere, che può essere rimosso già il giorno successivo.